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Quello tra Palestina e Israele è uno dei processi di pace più delicati e difficili ma insieme più necessari del pianeta. Non ci sarà pace nel mondo finché non regnerà in quelle terre piena pace. E tutti gli sforzi di pace in quelle terre avranno una ripercussione straordinaria sul pianeta intero.
Card. Carlo Maria Martini
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PERCHE'
Quel che accade in Palestina è come ebbe a dire Nelson Mandela "la questione morale del nostro tempo", nella quale possiamo leggere l'incapacità di dialogo fra oriente e occidente, le conseguenze del colonialismo, quanto di non elaborato ci portiamo appresso dalla seconda guerra mondiale, le politiche di potenza che si sono manifestate attorno ad una regione ricca di petrolio e tante altre cose ancora. Che ci riguarda non solo per ragioni di umanità, ma anche perchè nel tempo dell'interdipendenza un conflitto nel cuore del Mediterraneo ci investe in prima persona.
COME E DOVE
Prossimità e reciprocità sono le parole chiave che caratterizzano il nostro impegno. Sul territorio trentino si promuovono iniziative di conoscenza attraverso incontri pubblici, interventi nelle scuole, collaborazioni con altri soggetti impegnati in attività dirette Israele/Palestina. In particolare con la città di Beit Jala si è avviata una relazione permanente che va assumendo le forme della cooperazione comunataria, investendo le istituzioni locali e la società civile e che si propone di svolgere azioni a supporto del diritto allo studio e della formazione professionale, nella realizzazione di strutture di aggregazione sociale, nello scambio di esperienze per affrontare le forme di disagio giovanile (tossicodipendenze), nella valorizzazione delle risorse e delle esperienze di economia locale.
CHI SIAMO
Soci Fondatori di "Pace per Gerusalemme" sono stati alcuni comuni trentini (Ala, Arco, Brentonico, Rovereto, Trento), la Provincia Autonoma di Trento e la Regione Autonoma Trentino Alto Adige, associazioni (Forum Trentino per la pace, Cgil, Cisl, Uil, Acli, Coro S.Ilario, Comitato delle Associazioni per la Pace e i Diritti Umani di Rovereto, Cooperativa Mimosa, Unimondo), singole persone. Altri soggetti pubblici e privati vengono coinvolti in occasione di specifiche iniziative.
CONTATTI
Federica Fortunato -
tel 0464 420638
e-mail: fortunatofederica(@)yahoo.it
Renato Penner -
tel 348 8542839 -
e-mail: cico1949(@)libero.it
OGGI RICOMINCIAMO A SPERARE. E' FESTA GRANDE.
YES WE CAN!
La vittoria di Barak Obama è la vittoria dei diritti umani.
Barak Obama è il nuovo presidente. Oggi è un grande giorno di festa. La festa degli emarginati, degli esclusi, delle minoranze, degli immigrati, degli africani, dei disabili, dei bambini, dei vecchi, dei più poveri. A loro Barak Obama ha offerto la possibilità di tornare a sperare. E loro lo hanno ricambiato con una partecipazione straordinaria. E' stata una rivolta popolare contro l'ingiustizia, le discriminazioni, l'arbitrio, la prepotenza e l'arroganza.
Con loro ricominciamo a sperare anche noi. Cambiare è difficile ma non impossibile. Contro chi ci vuole dividere in ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri, in fortunati e sfortunati, in italiani e stranieri, in bianchi e neri, in privilegiati ed esclusi, in legali e illegali oggi abbiamo una possibilità in più di ricominciare a sperare in una vita e in un mondo più giusto e pacifico.
Oggi festeggiamo la fine di un governo che ha fatto tanto male agli americani, all'America e al mondo intero. Oggi festeggiamo l'inizio di una grande opportunità di cambiamento.
La vittoria di Barak Obama è la vittoria dei diritti umani. Non è la vittoria di un partito o di una ideologia. E' una vittoria molto più ampia e profonda. E' la vittoria di un nuovo modo di fare politica, di un'altra agenda della politica, di un nuovo modo di considerare le persone, la gente, la società civile responsabile. E' la vittoria di tutti coloro che si impegnano quotidianamente per la giustizia, per l'uguaglianza, per la pace, per le pari opportunità, per promuovere tutti i diritti umani per tutti.
E' giunto il momento del cambiamento per gli Stati Uniti. Lo può essere anche per noi e per il mondo intero. Nessuno si deve aspettare miracoli. Le sfide sono immense. Ci saranno anche delusioni. Ma molto dipenderà anche da noi, dal modo in cui sapremo sfruttare questa straordinaria opportunità per accelerare il nostro cammino, in Italia e in Europa, sulla via della pace e della giustizia.
Con questo spirito, sabato prossimo 8 novembre 2008 daremo vita all'Assemblea nazionale "Difendiamo i diritti umani! Realizziamo la Costituzione" organizzata dalla Tavola della pace, da Libera e da Strada Facendo (Roma, Nuovo Cinema Aquila, Via L'Aquila 68 dalle ore 9.30 alle ore 18.00).
Un grande incontro di gente diversa impegnata in Italia e nel mondo per difendere la dignità e i diritti delle persone e dei popoli. Gente impegnata non solo a dire ma a fare. La stessa gente che, in America, ha reso possibile la vittoria di Obama. Spetta a noi fare i conti con le nostre responsabilità e con coloro che vogliono continuare a farci del male. Da oggi, con rinnovata speranza. Buona giornata.
Flavio Lotti
Coordinatore nazionale della Tavola della pace
Perugia, 5 novembre 2008
Israele, Olmert indagato
"Non ho mai ricevuto fondi"
GERUSALEMME - Olmert indagato. E probabilmente costretto alle dimissioni. La notizia rimbalza a tarda sera da Gerusalemme. La conferma arriva dal ministero della Giustizia israeliano secondo il quale il premier Ehud Olmert è formalmente indagato per un caso di corruzione risalente al periodo in cui era sindaco di Gerusalemme. Il premier ha negato di aver mai ricevuto mazzette e ha annunciato che se sarà incriminato si dimetterà.
"Non ho mai ricevuto fondi di corruzione, non ho mai intascato un centesimo" ha detto stasera Olmert, sospettato di aver ricevuto dei fondi da un uomo d'affari americano in occasione della rielezione a sindaco di Gerusalemme e in seno al Likud, il partito in cui militava allora. Olmert ha aggiunto che se tuttavia venisse deciso di incriminarlo sarebbe pronto a rassegnare le dimissioni dalla carica di primo ministro.
La scorsa settimana Olmert, insieme ad alcune persone che in passato avevano lavorato al suo fianco, era stato interrogato dalla polizia e dopo giorni di grande suspence politica gli israeliani hanno finalmente appreso il motivo. Su richiesta della polizia e della magistratura le indagini erano infatti state secretate, ma stasera i mezzi di comunicazione israeliani sono stati infine autorizzati da un giudice a riferire che il primo ministro è sospettato di aver ricevuto, nel corso di diversi anni, centinaia di migliaia di dollari dall'uomo d'affari statunitense Morris Talansky, nel contesto di campagne elettorali per il municipio di Gerusalemme, nel 1999, e nella fallita sfida a Ariel Sharon per la guida del Likud nel 2002. Olmert era già stato indagato in altri cinque casi e finora è sempre stato prosciolto.
da "La Reppubblica" dell'8 maggio 2008
Striscia di Gaza, raid israeliano
uccisi quattro bimbi e due miliziani
GAZA - Orrore a Beit Hanun, campo profughi nel nord della Striscia di Gaza. Quattro bambini palestinesi sono rimasti uccisi, da una cannonata che ha centrato la loro casa mentre stavano facendo colazione. La mamma, ferita gravemente, è morta dopo il ricovero in ospedale. A fare fuoco è stato un mezzo dell'esercito israeliano impegnato in un raid nel territorio controllato dal movimento islamico Hamas partito in risposta al lancio di razzi Qassam contro il sud di Israele. I piccoli erano fratellini con un'età compresa tra i 6 anni e i 15 mesi. Lo hanno riferito i servizi di emergenza palestinesi, secondo cui tra le vittime ci sono anche due miliziani.
Il raid è stato confermato anche da un portavoce militare israeliano, secondo il quale sono morte cinque persone. Negli scontri a fuoco, ha detto il portavoce israeliano, un soldato dello stato ebraico è stato ferito in modo leggero e un numero imprecisato di miliziani palestinesi è stato colpito.
Secondo il portavoce israeliano, gli scontri sono scoppiati nel corso di un'operazione terrestre di un'unità dell'esercito contro "infrastrutture del terrorismo". Durante l'operazione i soldati sono stati attaccati e hanno risposto al fuoco. L'aviazione israeliana è intervenuta e ha effettuato due raid aerei.
Il portavoce ha detto che non gli risulta che una casa palestinese sia stata colpita da una cannonata, causando un alto numero di vittime. Ha aggiunto che se vi sono state vittime civili la responsabilità è dei miliziani che hanno scelto di attaccare le forze israeliane all'interno di aree densamente abitate da civili.
da "La Repubblica" del 28 aprile 2008
Israele rifiuta la tregua con Hamas
"Era solamente un espediente"
GERUSALEMME - Resta sempre alta la tensione tra Israele e Hamas. Il governo di Ehud Olmert ha rifiutato una proposta di tregua di sei mesi avanzata dal movimento radicale, definendola un "tentativo di guadagnare tempo per riarmarsi e riorganizzarsi". Intanto due israeliani sono stati uccisi a colpi d'arma da fuoco al confine con la Cisgiordania.
La proposta di Hamas era stata formulata giovedì al Cairo dal ministro palestinese degli Affari esteri Mahmoud Zahar. L'offerta, lanciata anche grazie ai buoni uffici dell'ex presidente americano Jimmy Carter in visita nella regione, prevedeva una tregua di sei mesi, inizialmente a Gaza e poi anche in Cisgiordania, in cambio della rimozione del blocco israeliano della Striscia.
Secondo Israele, però, si trattava di un mero espediente del gruppo radicale palestinese. "Hamas sta soltanto cercando di guadagnare tempo allo scopo di riarmarsi e riorganizzarsi", ha tagliato corto David Baker, portavoce del governo. "Non vi sarebbe alcuna necessità delle nostre operazioni difensive se loro si fermassero e desistessero dal commetere attacchi terroristici contro gli israeliani. Noi continueremo ad agire", ha sottolineato Baker, "per proteggere i nostri connazionali".
Questa mattina, intanto, un militante palestinese ha ucciso a colpi d'arma da fuoco due guardie israeliane al confine con la Cisgiordania. Le vittime, cinquantenni, erano al lavoro nella zona industriale di Nitzanei Oz. Uno è morto sul colpo, l'altro poco dopo. L'assassino è riuscito a fuggire. L'azione è stata rivendicata da due gruppi islamici, le Brigate Ezzedine al Qassem e
al Qods.
da "La Repubblica" del 25 aprile 2008
Raid israeliani a Gaza Uccisi anche due bambini
GERUSALEMME - Un'altra giornata di sangue a Gaza. Una serie di attacchi israeliani, lanciati dopo l'uccisione di tre soldati da parte di uomini di Hamas, ha causato almeno 17 morti, in buona parte civili. Tra le vittime anche due bambini. Netta condanna nei confronti di Israele da parte del presidente palestinese Mahmoud Abbas.
A scatenare la rappresaglia è stata la morte di tre militari in una zona di frontiera. Secondo un portavoce israeliano, i soldati avevano visto un gruppo di armati che si avvicinava alla barriera di confine, a sud del valico di Nahal Oz, dove si trova il terminal dal quale il carburante viene trasferito nella Striscia. Ne è nato uno scontro a fuoco, nel quale sono morti.
Israele ha dunque colpito in più punti della Striscia, con diversi attacchi. Quattro militanti di Hamas sono rimasti uccisi in una sparatoria con le forze israeliane nella zona orientale di Gaza City, durante la quale altri cinque sono stati feriti. Un miliziano della Jihad Islamica è stato poi ucciso e altri sei sono stati feriti in due raid aerei nell'area di Bet Lahiya.
L'episodio più drammatico si è però verificato a El Bureij, nella parte centrale della Striscia. Secondo alcuni testimoni, un elicottero di Israele ha sparato dei missili contro un gruppo di miliziani che si preparavano a colpire con dei mortai il territorio israeliano. Uno o più proiettili sono però finiti fuori bersaglio e hanno colpito dei palestinesi in un campo profughi. Fonti mediche parlano di almeno nove morti, tra i quali due bambini.
Tra le vittime di questa tragica giornata anche un cameraman palestinese della Reuters, colpito in un altro attacco da due razzi mentre si trovava a bordo di un fuoristrada dell'agenzia stampa britannica, sul quale erano ben visibili le insegne della stampa. Morti anche due civili, che si trovavano per caso nelle vicinanze del veicolo.
Il presidente palestinese Mahmoud Abbas, in visita a Mosca, ha chiesto che gli attacchi siano fermati subito. Secondo il suo portavoce, Abbas "condanna vigorosamente l'escalation israeliana nella Striscia di Gaza" e "invita il governo di Israele a interrompere immediatamente questa aggressione e tutte le parti a cooperare per raggiungere una tregua".
da "La Repubblica" 16 aprile 2008
Ogni tempo ha il suo fascismo: se ne notano i segni premonitori
dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità
e la capacità di esprimere ed attuare la sua volontà.
A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col timore
dell'intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo
l'informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola,
diffondendo in molti modi sottili la nostalgia per un mondo in cui
regnava sovrano l'ordine, ed in cui la sicurezza dei pochi
privilegiati riposava sul lavoro forzato e sul silenzio forzato dei
molti.
Primo Levi, 1974
NOTIZIE DAI TERRITORI PALESTINESI OCCUPATI
Azione urgente per la Valle della Beqa'a, ad est di Hebron
L'Amministrazione Civile israeliana ordina la demolizione di un
ambulatorio e venti abitazioni
I residenti palestinesi della valle della Beqa'a si trovano nel
rischio di perdere l'ambulatorio medico, attualmente in costruzione, e
venti case. L'Amministrazione Civile israeliana ha infatti ordinato
all'esercito israeliano di demolire l'ambulatorio e le case alla fine
della settimana.
I residenti della valle stanno costruendo quest'ambulatorio senza
fondi governativi o esteri, sebbene molti di loro abbiano solo un
impiego con un modesto o nessun stipendio. L'amministrazione civile
israeliana ha rifiutato l'emissione di un permesso di costruzione
nonostante le difficoltà che i residenti incontrano nel raggiungere
altre strutture sanitarie fuori dalla valle. Tra le 600 e le 700
persone, per lo più donne e bambini, useranno il nuovo ambulatorio per
l'ordinaria assistenza sanitaria, inclusi controlli durante la
gravidanza e vaccinazioni. Il Palestinian Relief (ong palestinese in
ambito medico) e CARE International attualmente forniscono questi
servizi in un altro edificio che però è inadeguato. Alcuni pazienti
attualmente ricevono le cure in una struttura temporanea ricavata
all'interno di una casa privata
Sei degli edifici designati per la demolizione sono case ricostruite
da ICAHD (il comitato israeliano contro la demolizione delle case)
dopo una demolizione precedente.
Atta Jaber, la cui famiglia ha titoli di proprietà sulla terra che
risalgono all'impero ottomano ha chiesto al CPT di riportare questo
messaggio:
"Noi vogliamo che il mondo sappia che nella nostro ambulatorio, quello
che ha ricevuto l'ordine di demolizione, se ci fosse un'incidente
automobilistico sulla Statale 60 (la strada riservata al traffico
israeliano, perlopiù coloni, costruita su terre palestinesi confiscate
e che di fatto separa la valle della Beqa'a da Hebron ndT) e persone
israeliane fossero feriti e non potessero raggiungere un ospedale, noi
forniremo loro il trattamento medico necessario, qui nella clinica
palestinese. Dite questo al mondo".
Le autorità israeliane hanno demolito la casa di Jaber nella valle
della Beqa'a tre volte.
Per alcune immagini della valle della Beqa'a e dei suoi resiedenti
visita il sito: http://www.cpt.org/gallery/album233.
Un articolo sulla situazione:
http://www.maannews.net/en/index.php?opr=ShowDetails&ID=27870
El Arish (Egitto) – Ieri, cinque giorni dopo che la frontiera è stata violata, decine di poliziotti in assetto anti-sommossa ai checkpoint egiziani allestiti sotto la pioggerellina, a solo poche miglia dal confine con Gaza, non sono riusciti a fermare l’onda inarrestabile di palestinesi diretti in Egitto.
Taiser Shuber ha trascorso due giorni a Sheikh Zuwayed, una cittadina a circa 12 miglio all’interno della parte nord del Sinai, dove si è gustato il suo primo viaggio fuori dai Territori palestinesi. Ieri ha atteso un passaggio verso El Arish, un ampio centro costiero in cui si sono diretti molti palestinesi.
È salito a bordo di un pick-up, uno della decina di passeggeri pigiati sul retro, di cui ognuno ha pagato 20 lire egiziani (2 sterline) per quello che doveva essere un breve passaggio di 20 minuti lungo la strada principale. Ma per evitare i checkpoint della polizia, adesso frequenti, il mezzo ha compiuto un percorso tortuoso lungo i sentieri dei beduini attraverso il deserto per due ore e mezza. Per due volte il camioncino si è impantanato nella sabbia finche Shuber, 30 anni, e i suoi compagni di viaggio sono scesi a spingere.
Una volta ad El Arish ha trovato, con suo rammarico, che la polizia aveva chiuso tutti i negozi e i ristoranti nel tentativo di rispedire a casa le orde di acquirenti palestinesi.
"Non so dove andrò. Sono venuto solo per dare uno sguardo", dice Shuber. "Speravo di comprare qualche elettrodomestico, magari un frullatore da cucina o qualcosa per i bambini. Ma i prezzi sono cresciuti e la maggior parte dei negozi sono chiusi".
I funzionari egiziani dicono che intendono chiudere presto il confine ma sembrano schiacciati dal flusso di persone alla frontiera. Il governo della Cisgiordania del presidente palestinese, Mahmoud Abbas, che ha scarso controllo su Gaza, ha detto di voler far funzionare l’attraversamento ufficiale di Rafahcon l’Egitto, escludendo Hamas, il gruppo islamico che controlla di fatto Gaza. Ma ciò non appare probabile nel breve termine. Funzionari di Hamas si sono recati al Cairo per discutere della crisi.
Dopo che, domenica, un altro buco è stato aperto nel muro di confine, un flusso di macchine è passato: palestinesi diretti in Egitto ed egiziani, per lo più carichi di cibo e carburante da vendere, diretti a Gaza. Le Nazioni Unite stimano che più di 700mila palestinesi hanno attraversato il confine da quando, la scorsa settimana, ampie parti del muro sono state abbattute dagli esplosivi.
Shuber, membro salariato delle forze di sicurezza palestinesi, ha preso in prestito del denaro dai suoi amici per comprare i generi che non possono trovare a Gaza, stretta negli ultimi due anni da un embargo economico israeliano. "Abbiamo sperato che l’apertura delle frontiere con l’Egitto ci avrebbe portato sollievo", dice. "Ma ciò non risolve il problema. Sarà solo temporaneo ed è probabile che le cose peggiorino nuovamente".
I soli negozi aperti ieri ad El Arish erano le farmacie. Sameh Ghoul, 26 anni, proprietario di una farmacia, ha venduto decine di confezioni di medicine per il raffreddore e l’influenza ai palestinesi, che hanno approfittato dei prezzi molto più economici. Non appena finisce di parlare, un’altro cliente proveniente da Gaza entra e ordina diversi tubetti di crema da viso e solare.
"Sono venuto qui per comprare tavoli, sedie, tappeti, anche formaggio. Tutte cose che pensavo di poter rivendere a Gaza", dice il palestinese.
Qualcuno ha affrontato viaggi lunghi e duri. Sara el-Masri e suo figlio, Ahmad, 12 anni, hanno dovuto camminare nel deserto per tre ore, sabato, per non incontrare i checkpoint. (Sara) è tornata con solo una manciata di regali ricevuti da un amico cui ha fatto visita. "Volevo venire per spirito di avventura. A Gaza non abbiamo alcun posto in cui andare", dice. "Volevo solo vedere qualcosa di diverso".
di Rory McCarthy
The Guardian, 28 gennaio 2008
Gerusalemme – "Le vacanze sono finite", come ha detto un abitante di Gaza: la frontiera tra la striscia di Gaza e l'Egitto è stata chiusa, domenica 3 febbraio, dopo undici giorni di rottura del blocco imposto da Israele. La barriera, aperta il 23 febbraio a colpi di esplosivo, è stata rimessa in piedi dalle forze di sicurezza egiziane con l’accordo della milizia di Hamas, che controlla il territorio. Ci sono state certo delle proteste, dei lanci di sassi, ma la decisione era stata presa al Cairo, alla fine della settimana, al termine di alcuni colloqui tra le autorità egiziane e una delegazione del Movimento della resistenza islamica guidato da Mahmoud Zahar.
E stato lasciato solo un attraversamento controllato per far si che gli egiziani che si trovano nella striscia di Gaza e i palestinesi andati in Egitto possano tornare a casa. Nessuna decisione è stata presa sulla sorte di migliaia di palestinesi, che hanno trovato asilo nelle moschee della città di al-Arich, nel Sinai egiziano. Nessun dettaglio è stato fornito su chi sarà autorizzato ad attraversare la frontiera.
Zahar ha assicurato che l’Egitto si è impegnato a fornire al popolo palestinese "tutto ciò di cui ha bisogno". Tuttavia, non è stato raggiunto alcun accordo definitivo. Mahmoud Abbas, presidente dell'Autorità palestinese, si rifiuta di parlare con Hamas. Il movimento islamico si è opposto al controllo a distanza del punto di passaggio di Rafah da parte di Israele, come avvenuto finora. L'Unione europea ha nuovamente offerto i suoi servizi per trovare una soluzione. Ma come trovare una soluzione senza discutere con Hamas, che controlla la striscia di Gaza, visto che gli europei non hanno contatti con un movimento inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche?
Nessun accordo definitivo
Nell’immediato, la frontiera sarà chiusa di nuovo, impedendo ogni speranza di uscire a un apopolazione di 1,5 milioni di abitanti. Il governo egiziano non ha gradito la violazione della sua frontiera e l’invasione che vi ha fatto seguito. "Tutto ciò non riaccadrà nuovamente", ha sottolineato il porta-voce della presidenza, Souleimane Awad. "L'Egitto ha fatto tutto il possibile. Ma c’è bisogno della cooperazione di tutte le parti", ha aggiunto. Apertamente, il Cairo non ha l’intenzione di prendersi la responsabilità della striscia di Gaza. Il compito è troppo oneroso e la presenza degli islamici di Hamas, vicini ai Fratelli musulmani egiziani, non è particolarmente gradita al regime di Hosni Moubarak.
Accettando che la frontiera venga nuovamente bloccata, il Movimento della resistenza islamica ha voluto dare prova del suo senso di responsabilità. Ma sa che lo "strappo" di undici giorni ha lasciato delle tracce nella popolazione, rinchiusa da sette mesi.
Il problema è sapere quali garanzie siano state ottenute da parte degli egiziani e se potrà essere concluso un accordo per mettere fine alla reclusione di un popolo sottoposto a un vero e proprio razionamento da parte di Israele. L'Unicef ha reso noto che 200 mila bambini, che sabato hanno ripreso ad andare a scuola, non hanno riscaldamento né elettricità. L'Unrwa, l'agenzia delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi, ha precisato che questi studenti per 45 giorni non avranno nemmeno i testi scolastici a causa delle complicazioni poste dagli israeliani per la fornitura di carta.
di Michel Bôle-Richard
Le Monde, 4 febbraio 2007